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Cultura ludica

CULTURA LUDICA

Vi sono molti diversi approcci alla parola “gioco” e quello pro­posto da Gregory Bateson nel suo Questo è un gioco (1996, Milano, Raffaello Cortina Editore, pp. 198, Lit. 23.000, 1ª ed. 1956) è certamente insolito per i miei lettori. A Princeton, nel 1955, un gruppo di scienziati di campi diversi ingaggiava una serrata di­scussione sul significato della parola “gioco” o, meglio, del messaggio “questo è un gioco”. Il libro riporta la discussione come è avvenuta. I partecipanti erano psicologi, biologi, etno­logi, ecc. e il taglio riguardava il gioco come comportamento. Nel mondo animale ad esempio esistono chiari fenomeni riconosci­bili come “gioco” e quindi se ne può concludere che gli animali (e in particolare le 2 lontre che sono state a lungo tenute sotto osservazione) si scambiano messaggi che rispondono alle regole di un dato gioco; nei giochi delle lontre si tratta di graffi o col­petti, ma in ogni caso il messaggio è chiaro “questo è un gioco” e questo gioco ha le sue regole. Una caratteristica peculiare di questo messaggio è la reversibilità delle conseguenze, in so­stanza in questo tipo di giochi c’è la possibilità di fare marcia indietro. Fra gli umani ciò succede ad esempio nel corteggia­mento, si sonda il terreno riservandosi la possibilità di rifu­giarsi nel gioco, nello scherzo. Meglio ancora succede nell’atteggiamento verso i bambini aggressivi; di fronte a un bambino che rivela un atteggiamento ostile, un adulto può spesso sventare l’attacco rispondendo in modo giocoso, per esempio simu­lando una paura esagerata “ti prego non uccidermi…”. Ma forse tutto ciò vale anche nei rapporti tra adulti, siamo ai rudimenti del gioco della “diplomazia”, che non è certo il mio gioco prefe­rito. Il discorso è interessante, ma accademico; direi che questi “scienziati” discutevano del “gioco” al suo livello elementare, legato e applicato alla vita reale, non ancora evolutosi in “Gioco” compiuto che abbia una sua intrinseca valenza culturale, come quelli di cui di solito trattiamo in questa rubrica.

I Giochi come “Sport della Mente”
I RECIPROCI RAPPORTI TRA SPORT E GIOCO
Il ruolo degli Sport nella società
L’idea degli “Sport della Mente” è ormai sostanzialmente accettata in modo ufficiale. Non è più un’eresia dire che scacchi, backgammon, bridge e dama sono Sport della Mente; federazioni e associazioni aderiscono alla UISP, all’AICS, al CSI o al CONI. Dal 1987 si tengono annualmente in Inghilterra le “Mind Sports Olympiad” (Olimpiadi degli Sport della Mente). L’idea di fondo è: come il XX secolo è stato testimone di un inimmaginabile fiorire degli Sport (quelli fisici), così il XXI assisterà al boom di quelli della mente (cioè i Giochi). Ma per renderli accettabili alla nostra benpensante società, per ottenere l’indispensabile attenzione dei media, non era proprio il caso di chiamarli semplicemente “Giochi”: nell’immaginario collettivo i giochi sono passatempi per bambini o, peggio, sono l’azzardo, una droga rovinafamiglie dalla quale bisogna disintossicarsi. Meglio dunque Sport della Mente; l’apparentamento con lo Sport d’un fiato legittima il Gioco, lo rende sano e desiderabile, ne disinnesca il potenziale corruttore. Perché lo Sport è un caposaldo della nostra amata società, lo Sport è bello, lo Sport è sano, tutti i nostri figli devono fare Sport, così sì che siamo tranquilli sul loro futuro. E non importa che sia truccato, dopato, che porti a deliri di fanatismo collettivo, che muova, legalmente o illegalmente, enormi quantità di denaro: lo Sport è lo specchio della nostra società e non si discute. E il Gioco, per essere accettato, deve dimostrarsi anch’esso uno Sport. E se vi riesce tutto è più facile, lecito, accessibile. Ma perché farsi tanti problemi? È così semplice! Viva gli Sport e viva pure i loro parenti poveri, gli Sport della Mente, cui toccheranno briciole indispensabili per la sopravvivenza. E sia! Anch’io accetto – e utilmente uso – questa etichetta che, comunque sia, ci dovrebbe traghettare fuori dai ghetti della clandestinità, del discredito, dell’indifferenza.
Vi siete persi? Riassumiamo: l’idea vincente è che il grande insieme degli Sport contenga il sottoinsieme dei Giochi (più propriamente detti Sport della Mente). Funziona. E va bene, funziona, ma è sbagliata. Gli Sport sono considerati l’insieme contenitore solo perché in questa società sono più importanti, dominano; sono uno spettacolo e coinvolgono molti più spettatori passivi che attori protagonisti, muovono una inimmaginabile quantità di denaro e nel contempo distraggono dai problemi. In realtà è il contrario; i Giochi sono l’insieme contenitore e gli Sport (o meglio i “Giochi del fisico”) l’insieme contenuto; più ricco, più telegenico, più spettacolare, ma pur sempre contenuto. Ne riparleremo presto, intanto se avete voglia andate a rileggervi Roger Caillois che nel suo “I Giochi e gli Uomini” (Bompiani, 1981) per primo aveva individuato le pulsioni che caratterizzano i Giochi e ne possono portare a una categorizzazione.

Come si inquadrano gli “sport della mente”?
ROGER CAILLOIS E IL SISTEMA DI CLASSIFICAZIONE 
Gli Sport sono Giochi come gli altri
Alcune settimane fa ho iniziato ad analizzare i rapporti tra Sport e Gioco. Per rendere il Gioco accettabile da questa società è bene considerarlo uno “Sport della Mente”: lo Sport è positivo, se il Gioco è uno Sport, allora è positivo anche il Gioco. E va bene, ci adeguiamo, ma in realtà è il contrario. È lo Sport ad essere un Gioco. I Giochi sono l’insieme contenitore e gli Sport (o meglio i “Giochi del fisico”) l’insieme contenuto. Non è una provocazione. I pensatori che hanno riflettuto sul Gioco cercando di chiarirne la natura, hanno considerato le attività sportive alla stregua degli altri Giochi, perché in effetti ne hanno le caratteristiche. Sto parlando dello storico olandese Johan Huizinga che nel suo classico “Homo Ludens” (Einaudi, Torino 1973. Saggio introduttivo di Umberto Eco. 1ª ed. 1939) per primo diede una definizione di Gioco; e ancor di più sto parlando dell’accademico di Francia Roger Caillois, che nel suo fondamentale “I giochi e gli uomini” (Bompiani, Milano 1981. 1ª ed. 1958) ha individuato le 4 categorie fondamentali di cui i giochi sono composti. A seconda che predomini il ruolo della competizione, del caso, della maschera o della vertigine, le ha chiamate Agon, Alea, Mimicry e Ilinx. All’Agon fanno capo i giochi di abilità e destrezza in cui gli antagonisti si affrontano in condizioni tali da attribuire un valore incontestabile al trionfo del vincitore. E le competizioni sportive sono uno degli esempi più calzanti di questo tipo di giochi (ad esempio si “gioca” a calcio), unitamente ai giochi da tavolo a informazione completa dei quali si usano fare competizioni come scacchi, dama e go. L’Alea designa i giochi che si fondano su una decisione che non dipende dal giocatore e sulla quale egli non può operare, il regno della fortuna, insomma (si gioca alla roulette o alla lotteria). La Mimicry (dal termine inglese che significa mimetismo) si basa sull’interpretazione, sul pretendere di essere un altro che non si è nella vita reale. Giochiamo ai pirati, dicono i bambini. E si gioca anche al teatro, aggiunge Caillois (non a caso in inglese recitare si dice “to play”, la stessa parola che vuol dire giocare); i moderni giochi di ruolo perfettamente si adattano a questa categoria. L’Ilinx (dalla parola greca che significa gorgo e da cui deriva vertigine) comprende infine i giochi che si basano sulla ricerca della vertigine e nel far subire alla coscienza, lucida, una sorta di voluttuoso panico (altalena, acrobazie). Ma se ci fate caso in questa classificazione lo Sport non è nemmeno una categoria a sé, un preciso sottoinsieme; semplicemente i vari Sport, come tutti gli altri Giochi, sono composti di questa o quella pulsione o magari da un mix di pulsioni. La maggior parte fanno capo all’Agon, ma se pensiamo ad esempio al salto dal trampolino, non si può negare una certa componente di Ilinx.